mercoledì 19 luglio 2017

"Stati onirici nella comunicazione telematica"

Un lavoro scritto negli anni in cui Internet iniziava a prendere piede in Italia. La ricerca psicologica e psicoanalitica era quanto mai attiva in tal senso. Alla luce di quanto detto e ripetuto sull'argomento in questione, il punto di vista psicoanalitico espresso da Mario Trovarelli è quanto mai attuale e arguto.

http://www.oocities.org/sicotema/martro_1.htm


mercoledì 10 maggio 2017

Una consulenza Gratuita per la promozione della conoscenza di sé

Il Festival Psicologia diventa un viaggio nelle emozioni

Con il viaggio la psicologia condivide per costituzione i due ingredienti principali: la curiosità che spinge alla conoscenza e il desiderio di trasformazione. Cambiare significa avere un sogno, un movente, un orizzonte a cui tendere, qualcosa da lasciare, e significa darsi il giusto tempo, saper leggere la mappa di partenza, mettere nel bagaglio le risorse a disposizione, scegliere il passo. Anche se il punto di arrivo si chiarisce nel percorso, quello che genera conoscenza e produce un mutamento autentico passa necessariamente attraverso l’universo emotivo. 

lunedì 27 febbraio 2017

Nella mente dell'altro



Fuorvianti stimoli, spesso promossi dai mezzi di comunicazione di massa, ma non solo, inducono spesso a ritenere che uno Psicologo e ancor più uno Psicoanalista, abbia l'insolito potere di leggere i pensieri altrui e sappia tutto quelle che sono le fantasie e i desideri di chi ha davanti...spesso anche in situazioni extra-lavorative per così dire. 
Di fatto è molto utile a volte poter pensare che qualcuno, avendo queste capacità, abbia anche la soluzione magica per i problemi degli altri, in virtù del fatto che non sono i suoi ed è capace di approcciarsi ad essi con una certa disinvoltura, senza andare incontro a catastrofiche conseguenze. 
Il lavoro di uno Psicoanalista è da intendersi più come un accompagnamento attraverso un percorso, una visita guidata a scoprire e osservare cose che viste dal paziente hanno un valore diverso rispetto a quello che può avere per l'analista, ma probabilmente avrà un interesse ad entrambi comune; quello della scoperta dell'Inconscio.

giovedì 29 settembre 2016

<< Attacco di Panico >>

Una forma di malessere molto diffusa, ma che in realtà, è molto poco conosciuta nel senso stretto del suo significato. L'articolo che segue è di Franco De Masi ed è tratto dal sito della Società Italiana di Psicoanalisi
Ho scelto di pubblicarlo sul blog perché lo trovo particolarmente esaustivo e chiaro, oltre a mettere in evidenza quanto il pensiero psicoanalitico abbia una sua concretezza, al di là di quanto si possa pensare.
Di seguito riporto il testo consultabile anche direttamente dal suo sito originale.
Buona lettura.

A cura di Franco De Masi
L’attacco di panico è caratterizzato dall’insorgere improvviso di episodi di angoscia intensa che sopravvengono senza alcuna prevedibilità e senza la possibilità di essere bloccati. Si accompagna a forti manifestazioni neurovegetative, quali palpitazioni, tachicardia, vertigine, tremori corporei, diarrea o sudorazione eccessiva e soprattutto sensazione di soffocamento.  
L’opinione che avanzo é che la crisi di panico abbia un’origine squisitamente psichica capace di scatenare una risposta neurobiologica specifica e automatica. 
E’ possibile, infatti, isolare due momenti progressivi dell’attacco: il primo, in cui l’angoscia è ancora avvertita psichicamente, e il secondo, in cui la partecipazione corporea è prevalente e il terrore diventa angoscia somatica incontrollata.
  
La sequenza
Nell’attacco di panico è il corpo a parlare della propria morte o, meglio, della propria agonia. Nelle persone che soffrono di attacchi di panico i circuiti neurovegetativi, che connettono la coscienza ai segnali del pericolo, sembrano talmente esaltati da diventare indipendenti da ogni controllo razionale. Il paziente ad un certo livello “sa” che non morirà, ma, nello stesso tempo, perde la capacità di arginare la paura e “crede” di morire.
Una volta comparso, l’attacco di panico tende inesorabilmente a ripetersi. 
Chi lo ha subito, lungi dall’essere rassicurato dal fatto di essere sopravvissuto o dal convincersi dall’inconsistenza dei suoi terrori, sembra sempre più incline a farsene catturare. Un elemento molto importante nella preparazione e nello scatenamento dell’attacco è il ruolo giocato dall’immaginazione.
Una delle ragioni del suo ripetersi e aggravarsi è il condizionamento che si stabilisce nella mente tra stimolo, immaginazione e risposta emotiva. La risposta emotiva e neuro-vegetativa è un prodotto dell’immaginazione che concretizza la percezione e la realtà del pericolo di morte. Lo scampato pericolo rafforza paradossalmente il successivo allarme.
Un contributo neuroscientifico
Il neuroscienziato Joseph LeDoux (1990) ha identificato i percorsi inconsapevoli della paura e ne ha proposto una suddivisione in più semplici e più sofisticati. I primi sono più veloci e meno discriminanti, i secondi più precisi ma più lenti.
E’ possibile identificare tre percorsi o meglio tre livelli del percorso della paura:
1) Il circuito primitivo della paura governa il repertorio di emergenza che consente di mettere in atto reazioni immediate quali la lotta e la fuga.   Scatena le reazioni ormonali e neurovegetative connesse alla difesa. E’ la risposta attacco-fuga. 
La caratteristica del circuito principale della paura sta non tanto nella precisione della risposta quanto nella rapidità e nella globalità della sua azione.
Solo successivamente, sulla base delle informazioni che provengono dalla corteccia cerebrale, il circuito primitivo della paura può riesaminare le decisioni iniziali e adeguare le reazioni alla situazione di pericolo.
2) Il circuito razionale della paura è quello che va dalla corteccia prefrontale al sistema limbico. Questo sistema è più lento ed elaborato, ma permette di valutare con maggiore attenzione e realismo la situazione generale, prendere decisioni e valutare la risposta.
3) Un ultimo circuito è quello riflessivo che è caratterizzato dalla autoconsapevolezza, dalla coscienza di provare paura e dalle ragioni di questa.
Prendiamo come esempio un uomo che cammina di notte in un bosco. Un rumore qualsiasi può suscitare in lui una reazione di allarme, con lo scatenamento dei segnali neurovegetativi legati alla paura. Solo in un secondo tempo gli è possibile capire che l’allarme era ingiustificato, era un innocuo stormire di fronde. In questo caso il segnale di allarme è stato attivato attraverso la via più breve, quella che fa capo all’amigdala.
Il circuito primitivo della paura, che si sottrae al controllo della coscienza, comporta l’inconveniente che il riconoscimento del pericolo può essere falso; in questo caso la discriminazione avviene solo a posteriori cioè dopo che è stato scatenato il corteo neurovegetativo della paura. 
Può esserci dunque un falso allarme che viene riconosciuto come tale solo dopo che lo stimolo è stato scrutinato dalla coscienza. E’ interessante che il primo riconoscimento dell’oggetto capace di produrre angoscia avviene in primo luogo per vie completamente inconsapevoli e che sfuggono al controllo razionale.
Da quanto finora prospettato risulta suggestivo immaginare che l’angoscia dell’attacco di panico risulta imprigionata nel circuito primitivo della paura, il che spiegherebbe l’immediatezza e la non discriminazione tra pericolo reale o immaginato.
Pericolo immaginato che equivale a quello reale per chi subisce l’attacco di panico anche se, agli occhi di un osservatore esterno, il pericolo non esiste.

Il punto di vista psicoanalitico
L’attacco di panico in analisi viene considerato un sintomo di una complessa ma aspecifica sofferenza del sé, espressione del venir meno di alcuni parametri necessari al suo funzionamento.
L’angosciosa sensazione di non comprendersi porta all’accumulo dell’ansia che, nel corso della crisi, si travasa nel corpo e si esprime in un linguaggio viscerale, sottraendosi sempre di più alla possibilità di essere raffigurata psichicamente.
Gli psicoanalisti sanno tuttavia che le fobie e gli attacchi di panico sono solo un sintomo di una situazione molto più complessa: sono l’espressione di un difetto di costituzione della personalità.
Alcune volte gli attacchi di panico compaiono nel corso di crisi di identità, nei momenti di trasformazione (entrata nell’età adulta, crisi della mezza età) o come reazioni psicosomatiche alla separazione, ma indicano sempre una mancata strutturazione del sé.
Nei casi più semplici l’attacco di panico segue alla caduta di assetti narcisistici. Per questo motivo sono particolarmente frequenti nelle crisi di mezza età (dove il mito della propria efficienza, bellezza o successo non è in grado di sostenere l’angoscia per il limite della propria esistenza) o nelle reazioni all’abbandono dove la separazione dal partner viene sentita come un crollo del sè e delle proprie sicurezze.

 Conclusioni
Il mio punto di vista è che i sintomi somatici, che riconoscono un’origine neurobiologica, non sono direttamente legati a un particolare conflitto inconscio, ma piuttosto a una costellazione psicologica ed emotiva di base in cui la funzione di contenimento dell’angoscia è andata perduta.
Penso, infatti, che l’attacco di panico sia l’espressione del fallimento di quelle funzioni inconsce che modulano e monitorizzano lo stato emotivo. 
Nelle condizioni di stress non è possibile utilizzare quell’insieme di operazioni inconsapevoli necessarie a trasformare i contenuti emotivi per renderli idonei al funzionamento della vita psichica
In altre parole si viene a configurare una rottura simile a quella del disturbo post-traumatico da stress in cui la persona, in uno stato di ipervigilanza, cade improvvisamente preda di attacchi di terrore legati associativamente all’episodio traumatico. 
L’attacco di panico, ricorrente espressione di sofferenza del sè, ci dice che la membrana protettiva della mente (Freud, 1920) si è lacerata.
Lo scatenamento dei sintomi, che è sostenuto da un continuo rimando dalla psiche al soma e viceversa, si collega a un micro-delirio, limitato nel tempo e nello spazio e legato ad alcuni oggetti, luoghi o pensieri, che origina nell’isolamento e nell’angoscia.  
La risposta neurovegetativa, biologicamente predeterminata, potenzia a sua volta le costruzioni traumatiche nell’immaginazione attraverso il ruolo determinante dell’angoscia proveniente dal corpo (terrore somatico).  
E’ possibile isolare tre livelli, da quello più a valle a quello più a monte, che sono strettamente interconnessi nel configurare l’attacco di panico.
Il livello inferiore, quello più a valle, è sotto il controllo dell’amigdala ( l’organo cerebrale che regola tutte le reazioni neurovegetative della paura) ed è in grado di scatenare le reazioni somatiche.
Il livello intermedio, è quello della memoria traumatica che costruisce i nessi associativi e le immagini visive o mnestiche che entrano nell’immaginazione catastrofica.
Il terzo livello, quello superiore, è connesso alla struttura della personalità, alle esperienze infantili o alle difese psichiche, cioè a quella complessa configurazione dinamica che non solo dà origine al sintomo ma che condiziona l’intero mondo interno e relazionale del paziente.
Le differenti terapie, che partono da ipotesi etiopatogenetiche divergenti, si differenziano in realtà per i diversi livelli in cui cercano di agire.
Agendo al livello inferiore, quello più a valle, gli psicofarmaci cercano di ridurre l’intensità delle reazioni neurovegetative scatenate dal sistema limbico e di combattere lo stato depressivo di base. 
La terapia cognitiva, agendo a un livello intermedio, cerca di correggere la distorsione percettiva, che genera la paura, mediante strategie di decondizionamento e graduale esposizione del paziente allo stimolo che induce il terrore.
Entrambi questi due approcci hanno lo scopo di liberare il paziente dal sintomo del panico. 
La terapia psicoanalitica, che considera l’attacco di panico conseguenza di un disturbo dell’identità personale e della crisi di assetti difensivi, ha come scopo quello di agire a livello strutturale e non puramente sintomatico.
L’esperienza clinica mi ha convinto che è indispensabile in ogni caso lavorare in seduta sull’attacco di panico, focalizzandolo ogni volta che si manifesta e invitando il paziente a descrivere le sensazioni, percezioni o pensieri che l’hanno preceduto e accompagnato.
In questo modo è possibile cominciare a riconoscere come si formano i sintomi, in quali situazioni più facilmente compaiono e quale é il ruolo dell’immaginazione catastrofica.
Il paziente ha così la possibilità di rivivere in seduta la vicenda traumatica che viene analizzata, condivisa con l’analista e sperimentata in una sequenza potenzialmente pensabile. 
Questo tipo di lavoro analitico permette al paziente di prendere atto del proprio contributo al costituirsi dell’attacco e ha il vantaggioso effetto di liberare nuovi spazi ed energie per lo sviluppo del processo analitico. 

BIBLIOGRAFIA
De Masi, F.  (2004), The Psychodynamic of Panic Attack: a Useful Integration of Psychoanalysis and Neuroscience. Int. J. Psychoanal. 85, pp. 311-336.
 Freud, S. (1920) Al di là del principio del piacere OSF, vol 9, Boringhieri Torino. 1977.
LeDoux, J. (1996) Il cervello emotivo Alle origini delle emozioni. Tr. It. Baldini e Castoldi 1998.   




martedì 26 aprile 2016

<<…penetrazione traumatica del terzo nell’universo fusionale..>>.


Parole grosse per i non addetti ai lavori... Si tratta, d'altra parte, di un lavoro del dott. Quirino Zangrilli, psicoanalista direttore della rivista "Psicoanalisi e Scienza", presentato ad un congresso e quindi usa un linguaggio necessariamente tecnico, ma, a ben approfondire la lettura dell'articolo, a mio parere, nemmeno troppo.
L’autore spiega e rende il senso della funzione paterna, non attribuibile arbitrariamente, ma come risultato della rappresentazione inconscia, dotata di definite caratteristiche, di colui che favorisce l’atto della separazione dalla madre e quindi la capacità di tolleranza alla frustrazione. 
E' un argomento quanto mai attuale in quanto entra pacatamente, ma anche tecnicamente, nel merito della discussione sulle adozioni per le coppie omosessuali, senza discriminazione, ma proponendo una certa attenzione sulla questione.

lunedì 30 novembre 2015

Edipo e il suo complesso

Nella Psicoanalisi il mito ha un ruolo particolarmente importante perché rappresenta quello strumento attraverso cui è possibile dire e vivere emotivamente quello che, altrimenti, risulterebbe troppo amaro da mandar giù per la nostra coscienza. 
Già, nell’antica Grecia, la Tragedia si riteneva avesse funzione catartica, ossia purificatrice; Eschilo, Sofocle (autore dell’Edipo re) ed Euripide furono i principali autori del genere in quel periodo (400 a.C. circa). Veniva sviluppata una trama di eventi emotivamente forti per lo spettatore, ma il fatto che fosse una finzione, poteva essere rassicurante o comunque dava la possibilità di vivere la propria angoscia in terza persona, e quindi in modo più critico, assistendo alla rappresentazione scenica di esse.
E'un po’ quello che Freud stesso mette alla base del trattamento analitico nella sua teoria, sostenendo quanto sia importante riuscire a rivivere, nella relazione analitica, la Nevrosi, cioè tutto ciò che, in una persona, viene espresso e si può ricondurre ad un conflitto psichico (S. Freud, Ricordare, ripetere, rielaborare, 1914).
Tornando al mito, in particolare il mito di Edipo, su cui lo stesso Freud ha costruito buona parte della sua teoria: è ormai noto a tutti, almeno lontanamente,il “complesso” (un insieme di pensieri, ricordi, esperienze, sentimenti ed emozioni) che ne deriva e che viene utilizzato per spiegare il legame e il dissidio che si crea in un bambino con i propri genitori.
Edipo, figlio di Laio, il re di Tebe, e di Giocasta, fu fatto portare via da un servo e allontanato dal regno, per ordine dello stesso Laio. Questi, aveva consultato l’Oracolo di Delfi (una specie di cartomante che era molto tenuto in conto a quell’epoca) proprio perché, angosciato all’idea di non riuscire ad avere un erede. L’Oracolo predisse che il figlio che Laio avrebbe avuto, sarebbe stato causa della di lui morte e avrebbe in seguito sposato sua madre. 
Edipo fu trovato da un pastore di Corinto e portato a corte, dove venne allevato come fosse il figlio del re. In qualche modo, una volta cresciuto, al nostro eroe venne instillato il dubbio sulle sue origini e ciò lo indusse a recarsi presso l’Oracolo per avere chiarezza. Questo non fece che confermare la versione già esposta a Laio. La reazione di Edipo fu analoga; inorridito all’idea di uccidere chi lo aveva allevato con amore, egli si allontanò da Corinto e fuggì verso Tebe. Lungo il percorso s’imbatté in Laio, ignaro, ovviamente, di chi fosse colui con cui aveva a che fare. Questo, in quanto re, chiese strada ad Edipo che non volle farsi da parte; di lì a poco ne scaturì un confronto fisico in cui Edipo causò la morte del suo padre reale, realizzando così la prima parte della profezia dell’Oracolo di Delfi. 
Edipo riprese così il suo percorso verso Tebe, ma, prima di arrivare in città, trovò sulla sua strada la Sfinge, una creatura con il corpo di un leone, la testa di una donna, ali di aquila e un serpente per coda; si trattava di un mostro famelico che tormentava la gente di Tebe con terribile indovinello, che chiedeva di risolvere a tutti coloro che incappavano in lei. Qualora ella non avesse ricevuto una soluzione al suo quesito, avrebbe divorato il malcapitato. L'impresa che fa si che Edipo venga considerato un eroe, sta proprio nel fatto che fu l'unico a dare una soluzione all'enigma della Sfinge. Questa chiedeva chi fosse quell'essere che al mattino si muove su quattro zampe, durante la giornata con due e sul calar della sera inizia a muoversi su tre. Edipo non ebbe dubbi e prontamente rispose che si trattava dell'Uomo. Difatti questo, da bambino gattona, su quattro zampe, raggiunto l'equilibrio si muoverà sule sue due gambe per tutta l'età adulta, fino a che,  da  vecchio, non dovrà ricorrere all'aiuto del bastone. La soluzione del quesito pose fine al tormento per il popolo tebano e Creonte, fratello di Laio che nel frattempo aveva preso le redini del regno, proclamò Edipo re di Tebe, che, di conseguenza,  sposò Giocasta, portando a compimento la profezia dell'Oracolo. 
In realtà il mito è leggermente più complesso e articolato e porterà alla morte di Edipo, ma Freud prende spunto da questo fatterello, qui riassunto, per poter spiegare quello che si verifica, secondo la sua teoria, in termini di dinamiche familiari, quando nasce un bambino. Cerchiamo di cogliere i significati simbolici della storia adattandoli alla realtà.
C'è una coppia (Laio e Giocasta) desiderosa di avere un figlio. Lui, uomo narciso ed egocentrico (re) nel piccolo regno della coppia in cui ogni cosa brilla di sua luce, inizia a sospettare (Oracolo di Delfi come pensiero inconscio) che nel momento in cui dovesse nascere un figlio maschio, il suo primato verrebbe sicuramente meno (un erede per Laio significherebbe potenziale perdita del potere, vecchiaia e morte). Il bimbo viene alla luce e coglie tutte le attenzioni della mamma, stimolando gelosia nel papà (Laio ripudia Edipo). Con la crescita del bimbo, gradualmente il confronto diventa inevitabile anche perché anche il piccolo sente il papà come un rivale rispetto alla mamma (Edipo incontra l'impudente Laio sul suo cammino e si apre una disputa); per cui nasce un implicita contesa tra i due. Il bimbo ne esce vincitore (Laio muore per mano di Edipo); la mamma deve necessariamente proteggere suo figlio in quanto piccolo (Edipo sposa Giocasta). 


E la Sfinge? Le interpretazioni possono essere più di una, come d'altra parte per il resto della storia, ma di fatto la Sfinge è solita essere identificata con quell'iniziale presa di coscienza che consente al bambino di aprire gli occhi e accorgersi che sta crescendo e che la mamma gradualmente si distaccherà, per cui l’aver avuto la meglio sul padre è solo una vittoria provvisoria. La soluzione dell'enigma, e quindi  rigenerarsi, rispetto all'idea di sentirsi una nullità senza la mamma, non è che l'apertura al mondo, in cui, scoperto il valore della conoscenza delle cose della vita, emergono aspetti positivi, ma anche aspetti negativi.


N.B.
Le immagini sono tratte dalla voce EDIPO in WIKIPEDIA 

giovedì 5 novembre 2015

Il costo dell'analisi

Argomento anche questo particolarmente dibattuto e chiacchierato, soprattutto di questi tempi, in cui tutto sembra così faticoso da conquistare economicamente, a cominciare dalla propria salute.

L’analisi ha, e deve avere, un costo, prima di tutto concreto. 
Il legame che si crea tra le due persone che vivono l’esperienza dell’analisi è particolarmente intenso e, a volte, raggiunge dei livelli di intimità e profondità, molto difficili da sperimentare in altre situazioni analoghe. 
Il fatto è che, trattandosi comunque di una situazione lavorativa per l’analista e di una consulenza professionale richiesta dall’analizzando, è necessario fare in modo che il tutto, per quanto sentito emotivamente ed affettivamente, debba avere una base concreta cui aggrapparsi per non de-generare. Significa che deve potersi sentire una certa distanza tra i due, che può essere garantita solo da elementi molto formali e concreti ed in questo caso il dio Denaro fa proprio al caso!

Immaginiamo una seduta in cui si produce l’interpretazione di un sogno molto significativo. Quando dico “si produce” voglio proprio intendere che si genera, come tutte le situazioni nell’analisi, dal lavoro e dal rapporto tra i due personaggi presenti in carne ed ossa nella seduta analitica. Questo, almeno per quanto riguarda l’analizzando, è difficilmente percepibile come “lavoro di gruppo” e c’è molto la tendenza ad attribuire all’analista onori ma anche oneri…
In questo senso ciò che ne consegue è un sentimento di forte coinvolgimento affettivo, per cui l’analista (così comprensivo!) non è più vissuto come un estraneo. Ecco qua che, a fagiolo, cade la resa dei conti e si smorza molto di tutto questo sentire. Poi, comunque esiste sempre un livello che riesce a superare anche questi aspetti pragmatici e si annulla, spesso, anche l’effetto del denaro; ma oserei dire che si tratta di un momento in cui, in primis, l’analisi è sufficientemente evoluta e si è creato un legame forte tra analizzando e analista ed in secondo luogo è oggettivamente impossibile riuscire a tener fuori o sotto controllo gli affetti, sia per quanto riguarda l’uno, che per l’altro.  
Ecco qui che le prestazioni gratuite, sono sempre percepite in qualche modo pericolose a prescindere poi che si mantenga un setting psicoanalitico o meno, in quanto possono essere solo portatrici di rapide rotture.

Ci sono situazioni, in cui pensare di potersi permettere un’analisi è veramente difficile, perché per quanto un analista possa tenere bassa o commisurata la propria tariffa, ci si scontra sempre con mille difficoltà. Tutto è molto legato sia alla reale motivazione che esiste a fare un’analisi sia a fattori realistici e spesso imprevedibili. 
D’altra parte, un analista vuole poter svolgere la propria funzione senza condizionamenti, ma, pensare di dover abbassare vertiginosamente il proprio onorario, non sempre produce effetti positivi ai fini dell’analisi e crea indignazione negli addetti ai lavori per la svalutazione che si dà alla professione.

E' una questione che resta aperta, interessante sotto molti punti di vista, ma che forse è il caso di mantenere viva altrove.

lunedì 2 novembre 2015

Proiezione della propria angoscia

La proiezione 
<< Nel senso propriamente psicoanalitico, operazione con cui il soggetto espelle da sé e localizza nell'altro, persona o cosa, delle qualità, dei sentimenti, dei desideri e perfino degli "oggetti", che egli non riconosce o rifiuta in sé. Si tratta di una difesa molto arcaica che è in azione particolarmente nella paranoia, ma anche in modi di pensiero "normali" come la superstizione. >> 
(J. Laplanche, J.-B. Pontalis, 1993, Enciclopedia della Psicoanalisi - tomo secondo, Editori Laterza, Roma-Bari)

Altro termine preso molto in adozione dal linguaggio comune e discorsivo. La spiegazione di Laplanche e Pontalis (in realtà molto più articolata) è particolarmente esaustiva. Motivo per cui proporrei la funzione del cinema, come esempio di Psicoanalisi applicata, dove lo spettatore, mettendosi a favore del proiettore nella sala cinematografica, lo "adotta" come strumento per mettere fuori da sé elementi e pensieri non graditi, per così dire. In questo caso il destinatario non è una persona, ma si immagina il gruppo di co-spettatori, come un vasto contenitore in cui veder dissolta la propria angoscia.

martedì 27 ottobre 2015

Allattamento e accoglienza

<< L’insieme dei desideri istintuali e delle fantasie inconsce fanno si che al seno vengano attribuite delle qualità che vanno ben oltre il nutrimento che esso in realtà fornisce. >>
(M. Klein, 1957, Invidia e gratitudine, Martinelli Editore, Firenze)
La madre che, durante l’allattamento, non percepisce il figlio come avido o ingrato, nelle manifestazioni e nelle richieste che esso produce, ma sarà capace e contenitiva, gli offrirà la possibilità di viversi la relazione in modo profondo e significativo. Al neonato arriverà il senso che ha confrontarsi con un altro, che può accogliere le proprie emozioni e i propri stati d’animo.

lunedì 26 ottobre 2015

Il Narcisismo

<< Il termine «narcisismo» deriva dalla descrizione clinica e fu adottato da Paul Näcke nel 1899 per descrivere l'atteggiamento di chi tratta il proprio corpo allo stesso modo con cui viene di solito trattato il corpo di un oggetto sessuale, per cui se lo contempla, se lo liscia, se lo accarezza, finché queste manovre non gli procurano un soddisfacimento completo. Spinto sino a questo grado, il narcisismo viene ad assumere il significato di una perversione che ha assorbito tutta la vita sessuale del soggetto, e che presenterà dunque quei caratteri che si rinvengono nello studio delle perversioni in generale. >> 
(S. Freud, 1914, Introduzione al narcisismo, E-newton classici)


In  realtà si tratta di un termine più che utilizzato, al giorno d’oggi,  per il fatto che esiste un grande giro di competizione sul piano dell’immagine che si vuol rimandare all’altro. La società del “tutto e subito”, che chiede di vivere pensando il meno possibile, stimola molto il piano narcisistico delle persone e cioè di quel bambino che vuol essere percepito al centro dell’universo dal genitore, un bambino che si sente insicuro, ma anche molto importante. Viene fuori quella modalità richiedente (da sé stesso!) che non conosce mezze misure, ma che allo stesso tempo si sente profondamente impotente e abusa, quindi, delle sue possibilità fisiche e psichiche confrontandosi con i propri limiti.  

martedì 29 settembre 2015

Elementi del setting, che non è un sit-in ... ma nemmeno un'amaca (parte seconda)

Vorrei riprendere un argomento che rispetto ai feedback ricevuti sul mio ultimo scritto, evidentemente non è stato sufficientemente chiaro ed esaustivo, tenendo conto anche che, visto il periodo dell’anno, è piuttosto attuale: la pausa estiva ed il pagamento delle sedute saltate dall’analizzando.

Generalmente un analista, all’inizio del rapporto analitico, definisce la distribuzione e la frequenza delle pause (festive ed estive) e la modalità di pagamento. Viene così stabilito che le assenze, ossia le sedute che l’analizzando salterà per propria responsabilità, dovranno essere comunque onorate. Viene da sé che, nel momento in cui si definisce una pausa, se, per quanto riguarda l’analizzando, questa non corrisponderà con la pausa definita inizialmente, verrà comunque necessariamente conteggiato il numero di sedute in quel lasso di tempo, nel pagamento mensile.

Di fatto è un argomento antipatico e difficile da digerire per molti, soprattutto in un momento storico come questo in cui si tende a supplire al bisogno immediatamente, senza darsi la possibilità di riflettere su come esso si sia creato. Un percorso di analisi prevede, in un certo senso, che l’analizzando prenoti, concordandole con l’analista, determinate ore in determinati giorni della settimana, dal momento in cui inizia al momento in cui termina il percorso stesso. Per questo motivo quello è uno spazio ed un tempo di quel paziente, fino al momento in cui si deciderà di interrompere o concludere l’analisi e chiunque chiederà allo stesso analista quello spazio non potrà essere accontentato. In questo modo l'analizzando rispetta gli accordi presi pagando tutte le sedute incluse nei tempi stabiliti e di conseguenza l’analista non potrà esprimere alcun giudizio su eventuali assenze del paziente e tantomeno arrabbiarsi!
Non da ultimo, si viene a creare una forma di responsabilità dell’analizzando rispetto al lavoro che svolge insieme all’analista, definendosi bene un ruolo.
Le pause degli analisti sono, in linea di massima definite con Natale, più o meno con la stessa cadenza delle scuole, ma c’è chi già dal 2 gennaio riprende i lavori; e, per quanto riguarda la pausa estiva, il mese di Agosto. Qualsiasi altra festività intercorrente, resta discrezione dell’analista rispettarla o meno. 
Se, un analista concedesse al proprio paziente di non pagare le sedute quando esso va in vacanza in periodi esterni alle pause definite, si creerebbe una forzatura dell’accordo, che porterebbe lo stesso analista a mantenere quelle ore di quel paziente, impegnate comunque per lavoro, ma senza riceverne il giusto compenso. Questo condiziona molto il rapporto analitico, non lasciando che ci sia fluidità di pensiero (insorgono inevitabilmente, consciamente o inconsciamente vissuti di rabbia e di angoscia,  nell’analista) e compromettendo il buon funzionamento dell’analisi.
Credo sia importante tener bene conto che in tutto ciò l’analista si configura più che mai con un profilo molto umano e meno super- di quanto si possa immaginare. Ci sono bisogni che egli ha, a cominciare da quelli concreti, come il denaro, da cui, dopotutto, parte anche questa regola analitica; un analista che non ha già le spalle coperte, da un punto di vista economico, dovendo star dietro regolarmente alle difficoltà dei propri pazienti incontrerebbe delle serie difficoltà.

Ci sono episodi e momenti di vita all’interno del percorso analitico che portano all’assenza dalla seduta e che a volte vengono considerati eccezionali, per cui l’analista può pensare di giustificare oltre che dare ad essi un senso analitico. Credo che questo si debba poter pensare strettamente legato al rapporto che si crea tra analista e analizzando, al “tipo” di analizzando, al momento dell’analisi in cui si  verifica e così via. Sindacare troppo su questo argomento, incastra la teoria psicoanalitica, non lasciando ad essa la possibilità di essere messa in pratica nel suo senso di libertà di pensiero.

Freud sosteneva molto serenamente che dovendo abbonare le sedute mancate per uno od un altro motivo, il numero delle assenze diverrebbe sempre più elevato e metterebbe a dura prova la possibilità di proseguire l’analisi, sia per mancanza di materiale che, aggiungerei, di rapporto!



Dubbi

Nell’antica Grecia, la sospensione del giudizio, davanti al dato empirico, era definita Epoché (ἐποχή). Non dare per scontato ciò che sem...