venerdì 9 marzo 2018

La Frustrazione

Viviamo un momento storico in cui ogni cosa viene concepita alla massima velocità; Internet e la velocità di trasmissione dei dati del proprio smartphone ne sono l'esempio più immediato. 
Di fatto l'ottenimento dei risultati e la realizzazione dei desideri nel modo più rapido possibile, tolgono al pensiero la possibilità di vivere la FRUSTRAZIONE, ossia l'effetto di quella sensazione di mancanza di quello che in quel dato momento ci serve. 
Ad occhio e croce, evitare la frustrazione quindi sembrerebbe qualcosa di positivo; in realtà questo sentire toglie molto spazio al Pensiero e ancor di più alla Fantasia, rendendone la funzione estremamente essenziale. Questo vuol dire che si diventa sempre meno capaci di produrre una riflessione che non vada necessariamente nella direzione dell'allontanamento del Dolore più prossimo, e l'unico scopo dell'Io è quello di non vivere l'angoscia che deriva dalla frustrazione, ancor prima del cercare di vivere il Piacere delle cose.

martedì 21 novembre 2017

Fattori e dinamiche psicologico-ambientali legati al concetto di suicidio.

Strettamente legata al concetto di Depressione è l’idea di Suicidio.
Dal punto di vista generico o come accezione comune, una persona arriva a suicidarsi nel momento in cui sente di non poter più sostenere il peso che la vita gli impone. 

La difficile gestione del denaro, l’incompatibilità nei rapporti di coppia, il dolore vissuto all’interno di una famiglia particolarmente richiedente e opprimente, l’abuso di alcol o di sostanze psicotrope, l’incapacità a tollerare la perdita di un affetto, sono tutti elementi che si configurano come più o meno incisivi nel momento in cui una persona decide di togliersi la vita.

Ad incastrarsi con questa serie di fattori psicologico/ambientali c’è spesso una causa di origine biologica, individuabile nello STRESS(strettamente legato alla disfunzionalità del sistema serotoninergico) e una causa genetica.
Per questo quella che può essere pensata come una fragilità psicologica di fondo, spesso è molto più complessa di quanto non possa sembrare e tanto più complessa è la possibilità di predire l’evento suicidario.


Da un punto di vista psicologico, chi arriva a compiere questo gesto estremo ha preso una forte distanza da sé stesso, una distanza tale da riuscire ad infliggersi una “forte punizione”. Molto spesso questa punizione ha velleità anche piuttosto ampie; mettendo in atto il suicidio si vuol instillare un senso di colpa in una persona da cui non ci si sente compresi, accolti, amati. Può essere un genitore come un partner, ma fondamentalmente una persona che viene percepita come causa di dolore e sofferenza.

La persona depressa, chi ha perduto non solo l’amore, inteso in senso universale come la possibilità di stare in relazione ed essere quindi corrisposto affettivamente, ma anche la speranza di sentirsi amato, può essere psicologicamente orientata a formulare un pensiero di annullamento di sé.
Una forte ansia, insonnia, senso generale di demotivazione e perdita d’interesse per i piaceri della vita, sbalzi d’umore e riduzione della capacità di concentrasi, sono alcuni dei segni che vengono considerati predittori del suicidio. Di fatto si è ancora molto lontani dalla possibilità di individuare realmente l’evento suicidario ma resta assodato che al di là di qualsiasi metodo o approccio medico o psicologico, è riuscire a salvare la vita di una persona.


Il suicidio è anche collegato ad alcuni turbolenti vissuti adolescenziali. La difficoltà a conciliare il proprio pensiero con le aspettative che gli altri possono avere e con quello che realmente si è in grado di produrre, crea dei vuoti di stima nella persona che, anche sulla base della propria storia di vita passata, se ci sono delle fragilità, una serie di delusioni ricevute, un trauma più o meno recente, favorisce lo “spegnimento del pensiero” per dar luogo a quello che viene definito anche “atto estremo”. Quando si perde, anche per poco, il desiderio, la motivazione a pensare ad elaborare e viversi le emozioni a 360 gradi cercando di integrare ciò che c’è di positivo con quanto c’è di negativo nella quotidianità, perché non ci si sente meritevoli né degni di attenzioni, ma solo di critiche distruttive e aggressioni, ci si schiera al di là di sé stesso per iniziare a pensarsi come altro e quindi come un oggetto che si può eliminare. è la rinuncia al pensiero quindi per lasciar spazio all’atto, appunto, a quello che può essere solo “fatto”, agito, perché qualsiasi esitazione non può che produrre altra angoscia.


Il fenomeno del Nonnismo nelle caserme ha fatto molto parlare di sé per i casi di suicidio che ha prodotto; ora è molto meno frequente o poco se ne parla, se non altro per il fatto che è stato tolto l’obbligo del servizio militare. Ma, al di là del fatto che avvengano o meno in quei luoghi, questo tipo di situazioni frustranti ha modo di perpetrarsi nello stile, anche in altri contesti. Il Bullismo ma anche il Mobbing sono situazioni assimilabili a quelle che potevano prodursi in caserma. Nel primo caso si prende in considerazione una fascia d’età che può essere fatta coincidere con quella riferibile alla frequenza scolastica; nel caso del Mobbing si fa riferimento più ad un contesto lavorativo. In entrambi i casi avviene la vittimizzazione e l’esclusione di un individuo nel gruppo di simili, attraverso condotte offensive e denigranti ripetute. Ansia, insicurezza nelle attività quotidiane, difficoltà di concentrazione, sono alcuni dei segnali che si manifestano nelle vittime che, a lungo andare, sentono sempre più difficile mantenere il peso dell’onta di cui sono stati investite e se non si riesce ad infrangere il muro dell’omertà, non si può che “prendere distanza da sé stesso”.

In modo piuttosto analogo quella sensazione di incomprensione che a volte porta al suicidio, può essere individuata nell’artista. Chi, attraverso un’opera d’arte cerca di esprimere dei concetti, delle emozioni, un pensiero, cui evidentemente non è dato di prendere forma altrimenti, incorre nel suicidio, vedendo fallito il suo intento, quando il suo messaggio risulta incompreso o travisato. 

L’insostenibilità di essere pensato diversamente da come ci si sente, trae le sue radici profonde nella stima che si nutre verso sé stesso. Nel momento in cui questa stima è scarsa, si dà molto valore a come e quanto si è pensati, quanto si è nella mente dell’altro per così dire, e risulta intollerabile qualsiasi altro pensiero proprio perché evidentemente in conflitto.

giovedì 19 ottobre 2017

Angoscia e stati depressivi

L’esasperazione del pensiero ansiogeno porta un forte senso di angoscia di perdita, ossia quello stato d’animo che va dalla paura di non essere voluto bene, a quella di perdere chi ci vuole bene. Molto spesso, per questo, ansia e depressione sono strettamente collegate. Il senso di smarrimento che ha chi si vive un attacco d’ansia o comunque un’ansia che accompagna la quotidianità, è molto spesso legato ad un vissuto di perdita. 
Per perdita si intende non solo un lutto o la perdita di qualcosa di particolarmente caro, ma anche un cambiamento. Come si dice “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia, non sa quel che trova”; e questo vecchio proverbio sembra molto calzare il tema che stiamo affrontando.


La perdita di un punto di riferimento importante oltre a provocare uno stato depressivo, induce anche ansia e panico laddove si ha la sensazione di non avere gli strumenti utili ad affrontare la vita nelle sue avversità e problematiche.  In modo piuttosto circolare l’ansia nel condizionare la giornata di una persona, stringe in un forte senso di impotenza e nella sensazione di non avere più il potere sulla propria vita provocando angoscia e depressione.

L’eventualità che ciò che è stato perduto sia solo l’inizio di una lunga serie di perdite fa quindi parte di un pensiero abbastanza frequente ed, in casi estremi, porta ad un vissuto forte di morte e disintegrazione.
Nella vita questa angoscia e quest’ansia possono rivelarsi in diversi modi e intaccare lo stato d’animo e i pensieri dell’individuo a più livelli, compromettendo funzioni o situazioni altrimenti vivibili. Si può avere per questo un calo del desiderio sessuale, un’inspiegabile crisi di coppia o esistenziale, una difficoltà legata all’accettazione del proprio orientamento sessuale, difficoltà relazionali in genere, l’attivazione di comportamenti legati all’abuso di sostanze o comunque a qualcosa che renda dipendente e comprometta la propria autonomia, un generico senso di mancanza di autostima, problemi legati alla propria identità e al proprio ruolo genitoriale e così via.

Molto spesso le cause di queste insicurezze, oltre a situazioni conflittuali del momento, hanno la loro origine e le loro radici in situazioni non elaborate nel passato ed in particolare nell’infanzia che vanno riprese con tempi e modi adeguati al problema.

martedì 26 settembre 2017

Ansia e attacchi di panico

Una delle problematiche più frequenti di questo tempo è quella legata agli stati ansiosi, che possono riguardare il timore di viversi situazioni di inadeguatezza riferibili in ambito sociale in primis, ma anche ad un pensiero più personale e privato. Si parla di tutta quella gamma di paure che vanno dall’idea di essere costantemente giudicato a quelle di essere anche conseguentemente punito e deprivato di qualcosa.
Non sempre l’ansia sfocia nell’attacco di panico, ma può limitarsi a generare uno stato d’animo angoscioso o un comportamento che comunque compensi quella tensione. Si parla quindi perlopiù delle seguenti problematiche:
Accumulo compulsivo 
Agorafobia 
Anorgasmia
ansia
Ansia da prestazione  
Autolesionismo 
Claustrofobia 
Cleptomania
Disturbi alimentari
Disturbi dell'umore 
Disturbi sessuali
Disturbo ossessivo compulsivo 
Disturbo post traumatico da stress 
Fobie 
Insonnia 
Malattie psicosomatiche
Maternità difficile 
Problemi scolastici 
L’attacco di panico o attacco d’ansia nello specifico è il momento di massima intensità che si può raggiungere durante uno stato ansioso, al punto da coinvolgere anche il corpo con la manifestazione di sintomi quali: vertigini, tremori, sudorazione, tachicardia e soffocamento.
Ma la cosa che più di ogni altra caratterizza l’attacco di panico è una forte sensazione di vuoto e di morte incombente.
L’attacco di panico è un vissuto talmente forte da rendersi esso stesso causa di tensione e paura poiché, apparentemente non si manifesta con segnali anticipatori, né, chi lo vive è in grado di identificarne la causa razionale della sua origine. Per questo chi soffre di attacchi di panico molto spesso vive con l’angoscia dell’arrivo improvviso di questo forte senso di tensione e sprofondo.
In una situazione di sofferenza di questo tipo è difficile riuscire a pensare come e a chi chiedere aiuto e si cerca qualcosa che dia la sensazione di un’immediata risoluzione del problema. L’utilizzo di farmaci ansiolitici è molto diffuso e che sia prescritto da uno psichiatra o da un medico generico cambia poco. Di fatto l’effetto che sortisce questo tipo di rimedio, ha un valore molto relativo dal punto di vista di una soluzione definitiva. Vuol dire che una terapia farmacologica di questo tipo, di fatto rende più “tranquilli”, si ha meno la sensazione di tensione caratteristica di chi ha paura che l’attacco di panico lo colga da un momento all’altro, ma oggettivamente non aiuta a sviluppare un pensiero sulla propria ansia, ma le dà un posto d’onore nella classifica dei “mostri invincibili”.
L’ansia che porta all’attacco di panico è, in qualche modo, segno di una perdita di uno o più punti di riferimento di un certo peso nella propria vita; il farmaco ansiolitico, e chi lo prescrive, diventa un degno sostituto momentaneo di quella certezza perduta. Per questo, già riuscire a dare la … forma di una persona a ques’ancora di salvezza e non investire tutta la propria speranza nel farmaco, è fondamentale.

La psicoanalisi o la psicoterapia psicoanalitica rivestono un ruolo importante in questo senso, dando all’ansia e ai suoi effetti, uno spazio di ascolto e di ricostruzione delle sue origini, necessario per l’attivazione di una funzione della persona di quello che tecnicamente si chiama esame di realtà.

lunedì 24 luglio 2017

Dalla selce al silicio

Mass medium o “mezzo di comunicazione di massa” è un concetto che al giorno d’oggi sta acquistando sempre più valore nella vita quotidiana, tanto da aver indotto alcuni studiosi a ritenere che lo specifico mezzo adottato, possa avere un’influenza particolare rispetto al modo di pensare di chi lo usa (McLuhan, 1967). 
Dalle prime modalità orali di trasmissione della cultura fino alle avanzatissime metodologie elettroniche che vedono in Internet, se non l’apice, probabilmente una meta particolarmente ambita da anni, sono trascorsi oltre sei millenni : stampa, radio, telefono, televisione e tutti gli altri mass media si sono susseguiti periodicamente per facilitare la trasmissione delle informazioni da un paese all’altro, da una persona all’altra e ognuno di questi mezzi ha sempre inciso nella cultura del periodo in modo  spesso determinante. 
Basti pensare all’uso che è stato fatto della maggior parte di essi in tempo di guerra per comprenderne il valore politico, o all’utilizzo commerciale su larga scala per determinarne il peso sociale, o ancora al significato metaforico per individuarne l’importanza legata ad esso in senso socio-antropologico. 
La distinzione secondo un costrutto quasi classistico che fa Umberto Eco tra apocalittici e integrati, è prova di come, rispetto ai secoli precedenti, nella nostra epoca, l’uomo non abbia mutato modo di pensare in conformità al trascorrere del tempo e all’acquisizione di nuove esperienze. 
Secondo Eco infatti, fin dalla creazione della scrittura, primo mezzo di comunicazione, l’uomo ha sempre avuto modo di dividersi in due scuole di pensiero rispetto all’accettazione o meno di una nuova forma di comunicazione : gli apocalittici e gli integrati per l’appunto.. Gli apocalittici sono coloro che vedono il medium rivoluzionario come qualcosa di pericoloso ed incombente sull’incolumità della società in modo potenzialmente catastrofico; contrariamente gli integrati, risultano essere particolarmente benevoli nei confronti del “nuovo” e si adattano facilmente sfruttando appieno le risorse che da esso derivano. Un esempio calzante, in particolare per la prima posizione, potrebbe essere il fatto che quella che nei primi anni di trasmissioni radio venne definita la febbre della radio, non è poi del tutto dissimile come concetto a ciò che oggi coincide con l’Internet Addiction; una particolare forma di dipendenza telematica che colpisce chi riesce a stare collegato ad Internet per oltre 40 ore settimanali (Siracusano, Peccarisi, 1997). 
Entrambe le posizioni, secondo Postman, sono estremiste e non rendono fede ad una visione oggettiva del fenomeno ; per cui esso può essere considerato integrando entrambi i punti di vista. Una visione dicotomica in questo senso non rende fede a quello che, in termini pratici, esso comporta ogni tecnologia è al tempo stesso un danno e una benedizione ; non è l’una cosa o l’altra, è l’una cosa e l’altra
Come zelanti profeti con un occhio solo, sia gli apocalittici che gli integrati si limitano gli orizzonti e diffondono nella società una confusione di fondo rendendo incerta l’ascesa del nuovo medium, secondo un regolare processo di assimilazione basato sul semplice e incondizionato interesse. 
Uno dei pericoli più temuti in riferimento all’allargamento del raggio d’azione del medium, è quello della massificazione e della possibilità che si crei un’uniformità di pensiero attraverso un uso strategicamente politico o commerciale dello stesso. 
Con la diffusione della stampa e della radio si sono avute le prime forme di pubblicità che, per quanto attualmente possa essere definita come una nuova forma d’arte, ha contribuito effettivamente a fornire all’utente un dato standard di riferimento che lo assimilasse a tutti gli altri inducendo una sorta di livellamento culturale (Losito, 1994). 
La posizione occupata dalla pubblicità in ambito sociale e rispetto alla teoretica dei mass media, è molto particolare, infatti essa, secondo Losito, assume fin dagli inizi un ruolo determinante sia come modalità specifica di comunicazione e come “genere” tendenzialmente autonomo, sia come parte integrante dell’offerta mediale, sia, ancora, come sostegno economico dei media che utilizza come veicoli
Sembra quindi tutto strettamente legato ad una dinamica di forze e accadimenti sociali inevitabilmente connessi al progresso in ambito mediale. 
Sul “rischio” della massificazione che si profila ci si è pronunciati in conformità ad un approccio comportamentista, sulla base dello schema di condizionamento stimolo-risposta, e psicoanalitico in riferimento a teorie motivazionali che vedono dietro la scelta del prodotto da parte dell’utente, ampie ricerche atte a cogliere il desiderio inconscio in termini simbolici e a promuovere la diffusione di elaborate strategie di persuasione. 
Insomma, l’idea di George Orwell in “1984”, di una società tenuta sotto ossessivo ma “adorabile” controllo attraverso una tecnologia informativa relativamente sofisticata rispetto al punto cui poi è effettivamente arrivato il progresso scientifico nella nostra epoca, seppure possa sembrare paradossale rimane comunque un’idea non del tutto inconfutabile. 
Allo stesso tempo però, sostiene Postman, non si può negare il fatto che l’avvento dei media elettronici, ossia di quei mezzi che hanno permesso una simultaneità dell’informazione in un raggio d’azione molto più ampio rispetto a quello che poteva avere la tradizione orale o chirografica, abbia sostanzialmente rivoluzionato il modo di concepire l’atto stesso del comunicare qualcosa. 
Il concetto di comunicazione che fino a poco prima dell’invenzione del telegrafo, poteva avere un significato prevalentemente geografico, inizia a mutare con il progresso in campo tecnologico, nel senso di movimento di informazioni. 
La radio ha iniziato l’uomo a quella che con l’andar del tempo è divenuta una necessità, ossia la possibilità di starsene da solo e contemporaneamente di sapere quello che succede nel resto del mondo. 
La dimensione gruppale resa dalla comunicazione attraverso la chirografia e la stampa, o ancora prima attraverso la memoria, assume significato ben più ampio nel momento in cui viene proposta l’installazione di un apparecchio radio in ogni famiglia. 
Il vecchio focolare domestico inizia a perdere la sua funzione di medium familiare per lasciare il posto ad un “aggeggio” che ha poco di termico, ma ha il potere di rendere chi lo usa “parente del mondo”. 
I moderni mass media si sono susseguiti con intervalli di tempo molto più ristretti di quanto si fosse immaginato, rispetto all’attesa durata circa cinque millenni che ha sancito il passaggio dalla chirografia alla stampa e l’avvento della televisione si può dire che concluda il concetto che da Ong  viene definito di oralità secondaria. 
L’idea di Ong fa riferimento al fatto che, analogamente al periodo in cui la trasmissione orale risultava il medium principale, se non il solo, per la divulgazione dell’informazione, con i nuovi media si è tornati ad impostare l’idea di comunicazione in modo meno isolante e che inducesse nell’utente un maggior senso di appartenenza alla comunità del mondo. 
Differentemente dal primo tipo di oralità, propria di Omero e dei suoi discendenti, l’oralità secondaria si manifesta particolarmente legata al concetto di parola scritta in quanto basa su di essa il proprio patrimonio culturale-informativo concernente tutto quell’insieme di regole e applicazioni necessarie all’uso dei nuovi strumenti di uso comune. 
Manuali d’uso, libretti d’istruzioni, compendi per la manutenzione, sono strumenti di minor rilievo, ma essenziali all’uomo per la partecipazione alle nuove forme di comunicazione ; ciò accresce il senso di consapevolezza di certi limiti, ma facendo riferimento ad un mezzo che finisce poi per l’unificare gli utenti ad una grande massa mediatica. 
A qualcosa di simile si riferisce probabilmente McLuhan quando parla di villaggio globale
Il fatto poi che dalla radio si sia passati alla televisione e da questa in seguito ad Internet, è testimonianza di una progressiva capillarizzazione dei media e quindi di una sempre maggiore esigenza di rendere l’informazione alla portata di tutti. 
Come sostiene Meyrowitz, l’essere a parte di avvenimenti e di dinamiche politiche, sociali ed economiche induce nell’uomo l’opportunità di crearsi un’opinione su argomenti che fino a qualche tempo fa non pensava lo riguardassero direttamente. 
Se questo significa democratizzare non è escluso che significhi anche investire e produrre nell’utente una sorta di indigestione di “materiale informativo” che potrebbe in fin dei conti sortire un effetto contrario provocando una diminuzione dell’attenzione. 
Queste osservazioni sono il risultato di una ricerca svolta da alcuni psicologi inglesi che hanno rilevato un calo della soglia di attenzione necessaria all’elaborazione critica dell’informazione in seguito all’aumento delle notizie fornite (Lewis, 1997). 
David Lewis, uno dei promotori della ricerca, ha definito questa come una sindrome da affaticamento informativo, riscontrando in essa sintomi fisici quali : problemi digestivi e cardiaci, ipertensione, disturbi del sonno, disturbi sessuali; e a livello psicologico: forte irritabilità, diminuzione della concentrazione, del tono dell’umore e della motivazione in genere. 
Lo studio è stato condotto su un campione di 1300 manager da cinque paesi diversi (USA, Gran Bretagna, Australia, Hong Kong, Singapore) ed un terzo degli intervistati ha dichiarato esplicitamente di avere problemi di stress connessi ad un eccessiva dose di informazioni, oltre i due terzi ha evidenziato difficoltà nella vita relazionale ed il 43% ha evidenziato difficoltà nel prendere decisioni. 
D’altra parte Derrick de Kerckhove, allievo ed erede più eminente del pensiero di Marshall McLuhan, rimane attaccato alla concezione per cui il cervello umano è in grado di andare ben oltre queste possibilità e il padroneggiare una grande quantità di dati è attività costante di esso e caratteristica principale. 
Il pensiero di de Kerckhove ad ogni modo sembra riferito maggiormente ad un’idea di ricezione e impiego attivi e comunque volontari, da parte degli utenti, della grande massa di informazioni che viene proposta ; la ricerca di Lewis, seppur indirizzata, come detto, ad un campione molto ampio, è basata sulle testimonianze di soggetti facenti parte del settore manageriale e quindi necessariamente sottoposti ad un sovraccarico informativo. 
Rimanendo sul punto di vista di de Kerckhove, le moderne tecnologie altamente interattive rendono i processi di utilizzo dei media molto simili alle modalità di funzionamento proprie della nostra mente e ciò che piuttosto va preso in considerazione rispetto agli effetti che può avere l’iperinformazione, è un processo unificativo e democratizzante cui si sta andando incontro proprio attraverso la divulgazione dell’informazione, ora non solo accessibile, ma anche rafforzabile da tutti in quanto c’è sempre più libero accesso partecipativo ad essa. 
In questo senso l’idea anticipatoria di McLuhan di una mutazione del tessuto sociale, politico e relazionale in senso unificante, grazie ad un raggiungimento di alti livelli tecnologici che permettano il superamento delle comuni barriere in modo relativamente pratico, sembra trovare conferma con l’avvento dei nuovi media elettronici. 
L’atmosfera essenzialmente familiare creata dal mass medium, la capacità che questo ha di far sentire l’individuo membro di un grande gruppo, pur trovandosi in una parte del mondo particolarmente isolata ad esempio, sembra coinvolgere inevitabilmente anche chi non fa di esso un uso diretto. 
Se è vero infatti che per usufruire del nuovo strumento è necessaria non solo una certa preparazione tecnica, ma anche e soprattutto una disponibilità economica che costantemente permetta aggiornamenti, revisioni o, nel “peggiore” dei casi, vere e proprie rivoluzioni radicali, non accessibili a tutti a causa dei costi elevati caratteristici di un prodotto “giovane”, è anche vero che i media si pubblicizzano e si diffondono reciprocamente. 
Per cui la conoscenza che si fa di Internet, ad esempio, attraverso la televisione o la radio, contribuisce, seppure creando confusione e luoghi comuni, ad alimentare fantasie, illusioni e aspettative che generano un senso di inclusione e coinvolgimento generale. 
La prospettiva che ci viene costantemente posta davanti di una società governata elettronicamente, in cui s'infrange ogni tipo di barriera che sia spaziale, temporale, linguistica o fondamentalmente materiale, sembra trovare con i nuovi media primario argomento d’informazione-comunicazione e d’altra parte la velocità con cui essi vengono inventati e prodotti e il corrispondente successo con cui si diffondono, lascia presupporre che tale argomento risulti essere un effettivo bisogno cui l’uomo non può ormai più fare a meno, essendo entrato in un circolo che lo vede gestore della sua vita relazionale e informazionale attraverso un computer. 

Bibliografia
de Kerckhove, D., (intervista con), (1996), Scazzola, A., Ve lo posso garantire io, in Internet non ci si perde, Telema, 4, 42-45. 
Eco, U., (1964), Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1994.
Lewis, D., (1997), Information Overload.
Losito, G., (1994), Il potere dei media, La Nuova Italia, Roma. 

McLuhan, M., (1964), Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano, 1967. 
McLuhan, M., (1967), Il medium è il massaggio, Feltrinelli, Milano, 1968. 
Meyrowitz, J., (1985), Oltre il senso del luogo. L’impatto dei media elettronici sul comportamento sociale, Baskerville, Bologna, 1993. 
Monteleone, F., (1992), Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia. 
Ong, W. J., (1982), Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna, 1986. 
Orwell, G., (1948), 1984, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1989. 
Postman, N., (1992), Technopoly. La resa della cultura 
alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1993. 
Siracusano, A., Peccarisi, C., (1997), Internet Addiction Disorder : note critiche, Bollettino di aggiornamento in Neuropsicofarmacologia, 62, 1-3. 


mercoledì 19 luglio 2017

"Stati onirici nella comunicazione telematica"

Un lavoro scritto negli anni in cui Internet iniziava a prendere piede in Italia. La ricerca psicologica e psicoanalitica era quanto mai attiva in tal senso. Alla luce di quanto detto e ripetuto sull'argomento in questione, il punto di vista psicoanalitico espresso da Mario Trovarelli è quanto mai attuale e arguto.

http://www.oocities.org/sicotema/martro_1.htm


mercoledì 10 maggio 2017

Una consulenza Gratuita per la promozione della conoscenza di sé

Il Festival Psicologia diventa un viaggio nelle emozioni

Con il viaggio la psicologia condivide per costituzione i due ingredienti principali: la curiosità che spinge alla conoscenza e il desiderio di trasformazione. Cambiare significa avere un sogno, un movente, un orizzonte a cui tendere, qualcosa da lasciare, e significa darsi il giusto tempo, saper leggere la mappa di partenza, mettere nel bagaglio le risorse a disposizione, scegliere il passo. Anche se il punto di arrivo si chiarisce nel percorso, quello che genera conoscenza e produce un mutamento autentico passa necessariamente attraverso l’universo emotivo. 

lunedì 27 febbraio 2017

Nella mente dell'altro



Fuorvianti stimoli, spesso promossi dai mezzi di comunicazione di massa, ma non solo, inducono spesso a ritenere che uno Psicologo e ancor più uno Psicoanalista, abbia l'insolito potere di leggere i pensieri altrui e sappia tutto quelle che sono le fantasie e i desideri di chi ha davanti...spesso anche in situazioni extra-lavorative per così dire. 
Di fatto è molto utile a volte poter pensare che qualcuno, avendo queste capacità, abbia anche la soluzione magica per i problemi degli altri, in virtù del fatto che non sono i suoi ed è capace di approcciarsi ad essi con una certa disinvoltura, senza andare incontro a catastrofiche conseguenze. 
Il lavoro di uno Psicoanalista è da intendersi più come un accompagnamento attraverso un percorso, una visita guidata a scoprire e osservare cose che viste dal paziente hanno un valore diverso rispetto a quello che può avere per l'analista, ma probabilmente avrà un interesse ad entrambi comune; quello della scoperta dell'Inconscio.

giovedì 29 settembre 2016

<< Attacco di Panico >>

Una forma di malessere molto diffusa, ma che in realtà, è molto poco conosciuta nel senso stretto del suo significato. L'articolo che segue è di Franco De Masi ed è tratto dal sito della Società Italiana di Psicoanalisi
Ho scelto di pubblicarlo sul blog perché lo trovo particolarmente esaustivo e chiaro, oltre a mettere in evidenza quanto il pensiero psicoanalitico abbia una sua concretezza, al di là di quanto si possa pensare.
Di seguito riporto il testo consultabile anche direttamente dal suo sito originale.
Buona lettura.

A cura di Franco De Masi
L’attacco di panico è caratterizzato dall’insorgere improvviso di episodi di angoscia intensa che sopravvengono senza alcuna prevedibilità e senza la possibilità di essere bloccati. Si accompagna a forti manifestazioni neurovegetative, quali palpitazioni, tachicardia, vertigine, tremori corporei, diarrea o sudorazione eccessiva e soprattutto sensazione di soffocamento.  
L’opinione che avanzo é che la crisi di panico abbia un’origine squisitamente psichica capace di scatenare una risposta neurobiologica specifica e automatica. 
E’ possibile, infatti, isolare due momenti progressivi dell’attacco: il primo, in cui l’angoscia è ancora avvertita psichicamente, e il secondo, in cui la partecipazione corporea è prevalente e il terrore diventa angoscia somatica incontrollata.
  
La sequenza
Nell’attacco di panico è il corpo a parlare della propria morte o, meglio, della propria agonia. Nelle persone che soffrono di attacchi di panico i circuiti neurovegetativi, che connettono la coscienza ai segnali del pericolo, sembrano talmente esaltati da diventare indipendenti da ogni controllo razionale. Il paziente ad un certo livello “sa” che non morirà, ma, nello stesso tempo, perde la capacità di arginare la paura e “crede” di morire.
Una volta comparso, l’attacco di panico tende inesorabilmente a ripetersi. 
Chi lo ha subito, lungi dall’essere rassicurato dal fatto di essere sopravvissuto o dal convincersi dall’inconsistenza dei suoi terrori, sembra sempre più incline a farsene catturare. Un elemento molto importante nella preparazione e nello scatenamento dell’attacco è il ruolo giocato dall’immaginazione.
Una delle ragioni del suo ripetersi e aggravarsi è il condizionamento che si stabilisce nella mente tra stimolo, immaginazione e risposta emotiva. La risposta emotiva e neuro-vegetativa è un prodotto dell’immaginazione che concretizza la percezione e la realtà del pericolo di morte. Lo scampato pericolo rafforza paradossalmente il successivo allarme.
Un contributo neuroscientifico
Il neuroscienziato Joseph LeDoux (1990) ha identificato i percorsi inconsapevoli della paura e ne ha proposto una suddivisione in più semplici e più sofisticati. I primi sono più veloci e meno discriminanti, i secondi più precisi ma più lenti.
E’ possibile identificare tre percorsi o meglio tre livelli del percorso della paura:
1) Il circuito primitivo della paura governa il repertorio di emergenza che consente di mettere in atto reazioni immediate quali la lotta e la fuga.   Scatena le reazioni ormonali e neurovegetative connesse alla difesa. E’ la risposta attacco-fuga. 
La caratteristica del circuito principale della paura sta non tanto nella precisione della risposta quanto nella rapidità e nella globalità della sua azione.
Solo successivamente, sulla base delle informazioni che provengono dalla corteccia cerebrale, il circuito primitivo della paura può riesaminare le decisioni iniziali e adeguare le reazioni alla situazione di pericolo.
2) Il circuito razionale della paura è quello che va dalla corteccia prefrontale al sistema limbico. Questo sistema è più lento ed elaborato, ma permette di valutare con maggiore attenzione e realismo la situazione generale, prendere decisioni e valutare la risposta.
3) Un ultimo circuito è quello riflessivo che è caratterizzato dalla autoconsapevolezza, dalla coscienza di provare paura e dalle ragioni di questa.
Prendiamo come esempio un uomo che cammina di notte in un bosco. Un rumore qualsiasi può suscitare in lui una reazione di allarme, con lo scatenamento dei segnali neurovegetativi legati alla paura. Solo in un secondo tempo gli è possibile capire che l’allarme era ingiustificato, era un innocuo stormire di fronde. In questo caso il segnale di allarme è stato attivato attraverso la via più breve, quella che fa capo all’amigdala.
Il circuito primitivo della paura, che si sottrae al controllo della coscienza, comporta l’inconveniente che il riconoscimento del pericolo può essere falso; in questo caso la discriminazione avviene solo a posteriori cioè dopo che è stato scatenato il corteo neurovegetativo della paura. 
Può esserci dunque un falso allarme che viene riconosciuto come tale solo dopo che lo stimolo è stato scrutinato dalla coscienza. E’ interessante che il primo riconoscimento dell’oggetto capace di produrre angoscia avviene in primo luogo per vie completamente inconsapevoli e che sfuggono al controllo razionale.
Da quanto finora prospettato risulta suggestivo immaginare che l’angoscia dell’attacco di panico risulta imprigionata nel circuito primitivo della paura, il che spiegherebbe l’immediatezza e la non discriminazione tra pericolo reale o immaginato.
Pericolo immaginato che equivale a quello reale per chi subisce l’attacco di panico anche se, agli occhi di un osservatore esterno, il pericolo non esiste.

Il punto di vista psicoanalitico
L’attacco di panico in analisi viene considerato un sintomo di una complessa ma aspecifica sofferenza del sé, espressione del venir meno di alcuni parametri necessari al suo funzionamento.
L’angosciosa sensazione di non comprendersi porta all’accumulo dell’ansia che, nel corso della crisi, si travasa nel corpo e si esprime in un linguaggio viscerale, sottraendosi sempre di più alla possibilità di essere raffigurata psichicamente.
Gli psicoanalisti sanno tuttavia che le fobie e gli attacchi di panico sono solo un sintomo di una situazione molto più complessa: sono l’espressione di un difetto di costituzione della personalità.
Alcune volte gli attacchi di panico compaiono nel corso di crisi di identità, nei momenti di trasformazione (entrata nell’età adulta, crisi della mezza età) o come reazioni psicosomatiche alla separazione, ma indicano sempre una mancata strutturazione del sé.
Nei casi più semplici l’attacco di panico segue alla caduta di assetti narcisistici. Per questo motivo sono particolarmente frequenti nelle crisi di mezza età (dove il mito della propria efficienza, bellezza o successo non è in grado di sostenere l’angoscia per il limite della propria esistenza) o nelle reazioni all’abbandono dove la separazione dal partner viene sentita come un crollo del sè e delle proprie sicurezze.

 Conclusioni
Il mio punto di vista è che i sintomi somatici, che riconoscono un’origine neurobiologica, non sono direttamente legati a un particolare conflitto inconscio, ma piuttosto a una costellazione psicologica ed emotiva di base in cui la funzione di contenimento dell’angoscia è andata perduta.
Penso, infatti, che l’attacco di panico sia l’espressione del fallimento di quelle funzioni inconsce che modulano e monitorizzano lo stato emotivo. 
Nelle condizioni di stress non è possibile utilizzare quell’insieme di operazioni inconsapevoli necessarie a trasformare i contenuti emotivi per renderli idonei al funzionamento della vita psichica
In altre parole si viene a configurare una rottura simile a quella del disturbo post-traumatico da stress in cui la persona, in uno stato di ipervigilanza, cade improvvisamente preda di attacchi di terrore legati associativamente all’episodio traumatico. 
L’attacco di panico, ricorrente espressione di sofferenza del sè, ci dice che la membrana protettiva della mente (Freud, 1920) si è lacerata.
Lo scatenamento dei sintomi, che è sostenuto da un continuo rimando dalla psiche al soma e viceversa, si collega a un micro-delirio, limitato nel tempo e nello spazio e legato ad alcuni oggetti, luoghi o pensieri, che origina nell’isolamento e nell’angoscia.  
La risposta neurovegetativa, biologicamente predeterminata, potenzia a sua volta le costruzioni traumatiche nell’immaginazione attraverso il ruolo determinante dell’angoscia proveniente dal corpo (terrore somatico).  
E’ possibile isolare tre livelli, da quello più a valle a quello più a monte, che sono strettamente interconnessi nel configurare l’attacco di panico.
Il livello inferiore, quello più a valle, è sotto il controllo dell’amigdala ( l’organo cerebrale che regola tutte le reazioni neurovegetative della paura) ed è in grado di scatenare le reazioni somatiche.
Il livello intermedio, è quello della memoria traumatica che costruisce i nessi associativi e le immagini visive o mnestiche che entrano nell’immaginazione catastrofica.
Il terzo livello, quello superiore, è connesso alla struttura della personalità, alle esperienze infantili o alle difese psichiche, cioè a quella complessa configurazione dinamica che non solo dà origine al sintomo ma che condiziona l’intero mondo interno e relazionale del paziente.
Le differenti terapie, che partono da ipotesi etiopatogenetiche divergenti, si differenziano in realtà per i diversi livelli in cui cercano di agire.
Agendo al livello inferiore, quello più a valle, gli psicofarmaci cercano di ridurre l’intensità delle reazioni neurovegetative scatenate dal sistema limbico e di combattere lo stato depressivo di base. 
La terapia cognitiva, agendo a un livello intermedio, cerca di correggere la distorsione percettiva, che genera la paura, mediante strategie di decondizionamento e graduale esposizione del paziente allo stimolo che induce il terrore.
Entrambi questi due approcci hanno lo scopo di liberare il paziente dal sintomo del panico. 
La terapia psicoanalitica, che considera l’attacco di panico conseguenza di un disturbo dell’identità personale e della crisi di assetti difensivi, ha come scopo quello di agire a livello strutturale e non puramente sintomatico.
L’esperienza clinica mi ha convinto che è indispensabile in ogni caso lavorare in seduta sull’attacco di panico, focalizzandolo ogni volta che si manifesta e invitando il paziente a descrivere le sensazioni, percezioni o pensieri che l’hanno preceduto e accompagnato.
In questo modo è possibile cominciare a riconoscere come si formano i sintomi, in quali situazioni più facilmente compaiono e quale é il ruolo dell’immaginazione catastrofica.
Il paziente ha così la possibilità di rivivere in seduta la vicenda traumatica che viene analizzata, condivisa con l’analista e sperimentata in una sequenza potenzialmente pensabile. 
Questo tipo di lavoro analitico permette al paziente di prendere atto del proprio contributo al costituirsi dell’attacco e ha il vantaggioso effetto di liberare nuovi spazi ed energie per lo sviluppo del processo analitico. 

BIBLIOGRAFIA
De Masi, F.  (2004), The Psychodynamic of Panic Attack: a Useful Integration of Psychoanalysis and Neuroscience. Int. J. Psychoanal. 85, pp. 311-336.
 Freud, S. (1920) Al di là del principio del piacere OSF, vol 9, Boringhieri Torino. 1977.
LeDoux, J. (1996) Il cervello emotivo Alle origini delle emozioni. Tr. It. Baldini e Castoldi 1998.   




martedì 26 aprile 2016

<<…penetrazione traumatica del terzo nell’universo fusionale..>>.


Parole grosse per i non addetti ai lavori... Si tratta, d'altra parte, di un lavoro del dott. Quirino Zangrilli, psicoanalista direttore della rivista "Psicoanalisi e Scienza", presentato ad un congresso e quindi usa un linguaggio necessariamente tecnico, ma, a ben approfondire la lettura dell'articolo, a mio parere, nemmeno troppo.
L’autore spiega e rende il senso della funzione paterna, non attribuibile arbitrariamente, ma come risultato della rappresentazione inconscia, dotata di definite caratteristiche, di colui che favorisce l’atto della separazione dalla madre e quindi la capacità di tolleranza alla frustrazione. 
E' un argomento quanto mai attuale in quanto entra pacatamente, ma anche tecnicamente, nel merito della discussione sulle adozioni per le coppie omosessuali, senza discriminazione, ma proponendo una certa attenzione sulla questione.

lunedì 30 novembre 2015

Edipo e il suo complesso

Nella Psicoanalisi il mito ha un ruolo particolarmente importante perché rappresenta quello strumento attraverso cui è possibile dire e vivere emotivamente quello che, altrimenti, risulterebbe troppo amaro da mandar giù per la nostra coscienza. 
Già, nell’antica Grecia, la Tragedia si riteneva avesse funzione catartica, ossia purificatrice; Eschilo, Sofocle (autore dell’Edipo re) ed Euripide furono i principali autori del genere in quel periodo (400 a.C. circa). Veniva sviluppata una trama di eventi emotivamente forti per lo spettatore, ma il fatto che fosse una finzione, poteva essere rassicurante o comunque dava la possibilità di vivere la propria angoscia in terza persona, e quindi in modo più critico, assistendo alla rappresentazione scenica di esse.
E'un po’ quello che Freud stesso mette alla base del trattamento analitico nella sua teoria, sostenendo quanto sia importante riuscire a rivivere, nella relazione analitica, la Nevrosi, cioè tutto ciò che, in una persona, viene espresso e si può ricondurre ad un conflitto psichico (S. Freud, Ricordare, ripetere, rielaborare, 1914).
Tornando al mito, in particolare il mito di Edipo, su cui lo stesso Freud ha costruito buona parte della sua teoria: è ormai noto a tutti, almeno lontanamente,il “complesso” (un insieme di pensieri, ricordi, esperienze, sentimenti ed emozioni) che ne deriva e che viene utilizzato per spiegare il legame e il dissidio che si crea in un bambino con i propri genitori.
Edipo, figlio di Laio, il re di Tebe, e di Giocasta, fu fatto portare via da un servo e allontanato dal regno, per ordine dello stesso Laio. Questi, aveva consultato l’Oracolo di Delfi (una specie di cartomante che era molto tenuto in conto a quell’epoca) proprio perché, angosciato all’idea di non riuscire ad avere un erede. L’Oracolo predisse che il figlio che Laio avrebbe avuto, sarebbe stato causa della di lui morte e avrebbe in seguito sposato sua madre. 
Edipo fu trovato da un pastore di Corinto e portato a corte, dove venne allevato come fosse il figlio del re. In qualche modo, una volta cresciuto, al nostro eroe venne instillato il dubbio sulle sue origini e ciò lo indusse a recarsi presso l’Oracolo per avere chiarezza. Questo non fece che confermare la versione già esposta a Laio. La reazione di Edipo fu analoga; inorridito all’idea di uccidere chi lo aveva allevato con amore, egli si allontanò da Corinto e fuggì verso Tebe. Lungo il percorso s’imbatté in Laio, ignaro, ovviamente, di chi fosse colui con cui aveva a che fare. Questo, in quanto re, chiese strada ad Edipo che non volle farsi da parte; di lì a poco ne scaturì un confronto fisico in cui Edipo causò la morte del suo padre reale, realizzando così la prima parte della profezia dell’Oracolo di Delfi. 
Edipo riprese così il suo percorso verso Tebe, ma, prima di arrivare in città, trovò sulla sua strada la Sfinge, una creatura con il corpo di un leone, la testa di una donna, ali di aquila e un serpente per coda; si trattava di un mostro famelico che tormentava la gente di Tebe con terribile indovinello, che chiedeva di risolvere a tutti coloro che incappavano in lei. Qualora ella non avesse ricevuto una soluzione al suo quesito, avrebbe divorato il malcapitato. L'impresa che fa si che Edipo venga considerato un eroe, sta proprio nel fatto che fu l'unico a dare una soluzione all'enigma della Sfinge. Questa chiedeva chi fosse quell'essere che al mattino si muove su quattro zampe, durante la giornata con due e sul calar della sera inizia a muoversi su tre. Edipo non ebbe dubbi e prontamente rispose che si trattava dell'Uomo. Difatti questo, da bambino gattona, su quattro zampe, raggiunto l'equilibrio si muoverà sule sue due gambe per tutta l'età adulta, fino a che,  da  vecchio, non dovrà ricorrere all'aiuto del bastone. La soluzione del quesito pose fine al tormento per il popolo tebano e Creonte, fratello di Laio che nel frattempo aveva preso le redini del regno, proclamò Edipo re di Tebe, che, di conseguenza,  sposò Giocasta, portando a compimento la profezia dell'Oracolo. 
In realtà il mito è leggermente più complesso e articolato e porterà alla morte di Edipo, ma Freud prende spunto da questo fatterello, qui riassunto, per poter spiegare quello che si verifica, secondo la sua teoria, in termini di dinamiche familiari, quando nasce un bambino. Cerchiamo di cogliere i significati simbolici della storia adattandoli alla realtà.
C'è una coppia (Laio e Giocasta) desiderosa di avere un figlio. Lui, uomo narciso ed egocentrico (re) nel piccolo regno della coppia in cui ogni cosa brilla di sua luce, inizia a sospettare (Oracolo di Delfi come pensiero inconscio) che nel momento in cui dovesse nascere un figlio maschio, il suo primato verrebbe sicuramente meno (un erede per Laio significherebbe potenziale perdita del potere, vecchiaia e morte). Il bimbo viene alla luce e coglie tutte le attenzioni della mamma, stimolando gelosia nel papà (Laio ripudia Edipo). Con la crescita del bimbo, gradualmente il confronto diventa inevitabile anche perché anche il piccolo sente il papà come un rivale rispetto alla mamma (Edipo incontra l'impudente Laio sul suo cammino e si apre una disputa); per cui nasce un implicita contesa tra i due. Il bimbo ne esce vincitore (Laio muore per mano di Edipo); la mamma deve necessariamente proteggere suo figlio in quanto piccolo (Edipo sposa Giocasta). 


E la Sfinge? Le interpretazioni possono essere più di una, come d'altra parte per il resto della storia, ma di fatto la Sfinge è solita essere identificata con quell'iniziale presa di coscienza che consente al bambino di aprire gli occhi e accorgersi che sta crescendo e che la mamma gradualmente si distaccherà, per cui l’aver avuto la meglio sul padre è solo una vittoria provvisoria. La soluzione dell'enigma, e quindi  rigenerarsi, rispetto all'idea di sentirsi una nullità senza la mamma, non è che l'apertura al mondo, in cui, scoperto il valore della conoscenza delle cose della vita, emergono aspetti positivi, ma anche aspetti negativi.


N.B.
Le immagini sono tratte dalla voce EDIPO in WIKIPEDIA 

Dubbi

Nell’antica Grecia, la sospensione del giudizio, davanti al dato empirico, era definita Epoché (ἐποχή). Non dare per scontato ciò che sem...